Giorno della Memoria 2004

 

A Regina Gani

prima ginnasio C

27 gennaio 2004

Introduzione

“Nel maggio – giugno del ’45 abbiamo vissuto un’epoca che gli altri non hanno vissuto. Una felicità che non si può raccontare. Quando ci si incontrava per strada, ritrovarci vivi, che gioia! Era la libertà! Pensate che cosa significava per noi poter andare al Tempio! Ci si poteva fermare fuori, scambiare due parole… C’era tutta la vita davanti, eravamo liberi!” Così la signora Edoarda Flack, ex-allieva del “Manzoni” perseguitata a causa delle leggi antiebraiche, ricorda il suo ritorno in Italia dalla Svizzera, dove durante la guerra era stata accolta come profuga.

Amare sono le sue considerazioni sul mondo in cui oggi viviamo: “I miei figli , che hanno l’età dei genitori di voi studenti , ci dicono: ‘Voi avete vissuto una guerra terribile, ma nel ’45 ci avete dato un mondo pieno di speranze… Noi lasciamo ai nostri figli un mondo devastato… peggiore di quello che voi avete lasciato a noi…’”.

E’ sufficiente che ci guardiamo intorno per comprendere queste parole: anche in una città laica, tollerante, per vocazione storica accogliente come Milano sinagoga, scuola e centri culturali ebraici sono costantemente presidiati dalle forze dell’ordine. Come in molte altre città europee o del vicino Oriente, l’odio antisemita torna ad essere una minaccia.

La serena fiducia del dopoguerra si è da tempo dissolta. Eppure la fiducia nell’altro, per quanto sempre fallibile e precaria, è un patrimonio prezioso, che resiste alle prove più dure: come ricorda la filosofa Onora O’Neill a proposito della sua infanzia a Braid Valley, vicino a Belfast, nel secondo dopoguerra, “Nonostante le tensioni politiche con le quali ogni famiglia dell’Irlanda del Nord doveva convivere, il clima di fiducia era forte: non si chiudeva a chiave nemmeno la porta di ingresso, e alle domande si rispondeva schiettamente”.

La fiducia non è infatti incompatibile con il conflitto, anche il più aspro: la fiducia nei confronti dell’avversario, e anche del nemico, è la condizione per la risoluzione della contesa, per la pacificazione e la riconciliazione.

Ci sono, però, forme di conflitto che, a poco a poco, distruggono la fiducia: il terrorismo, specie quando colpisce indifferentemente uomini e donne, anziani e adolescenti, adulti e bambini, non per punire presunte o reali responsabilità, ma unicamente per produrre dolore e morte nel più gran numero di persone, ha lo scopo ultimo di generare sospetto verso chiunque ci si avvicini, e di distruggere, con la fiducia, la possibilità della convivenza con l’altro.

Nel Novecento, i regimi totalitari hanno fatto del terrore un fondamento del loro dominio. Hanno fatto vivere le popolazioni in un costante clima di sospetto reciproco. Hanno cercato di distruggere sistematicamente i rapporti tra le persone – nelle associazioni, nelle scuole, nelle famiglie… – , trasformando ogni cittadino in un possibile delatore. Hanno inventato complotti inesistenti per trasformare interi gruppi sociali, politici, etnici o religiosi in nemici da eliminare. La massima realizzazione di questa politica si è avuta nella Germania nazista che ha visto nel popolo ebraico un nemico della “razza ariana”, da segregare e distruggere.

Regina Gani è stata una dei milioni di vittime della politica novecentesca del terrore. Ragazzina di undici anni, nell’anno scolastico 1937-38 è un’alunna della prima C ginnasiale del Liceo “Manzoni” di Milano. Nel settembre 1938 il governo fascista emana i primi provvedimenti per la difesa della presunta “razza italiana”. Si tratta di vere e proprie leggi anti-ebraiche, che riducono progressivamente fino all’annullamento i diritti dei cittadini ebrei. Tra di loro ci sono i Gani: Regina non potrà reiscriversi né al “Manzoni”, né in alcuna altra scuola pubblica italiana. Le direttive del regime trovano volonterosi esecutori nell’amministrazione scolastica. I docenti, con il loro silenzio, avallano la politica del regime, cui del resto aderiscono in modo pressoché totalitario. Gli studenti – anche se non mancano eccezioni – rompono ogni rapporto con i propri compagni ebrei. La paura e il conformismo smagliano il tessuto della comunità della scuola e, più in generale, del paese.

Nel 1940 il regime, alleato con la Germania, trascina l’Italia in una guerra che ben presto si rivela disastrosa. Dopo l’armistizio con gli anglo-americani, reso pubblico l’8 settembre del 1943, la parte centrosettentrionale della penisola è occupata dai tedeschi. Si instaura uno stato satellite della Germania, la Repubblica Sociale Italiana, alla cui guida è Mussolini. Ora, dalla persecuzione e soppressione dei diritti degli ebrei si passa alla loro deportazione ed eliminazione fisica.

Da Milano bombardata, intanto, la famiglia Gani si è rifugiata a Seregno. Per difendersi dalle persecuzioni, trova ospitalità presso una famiglia di agricoltori che la nasconde nella propria casa e divide con essa i poveri pasti. Una delazione fascista la consegna ai tedeschi. Regina, deportata con la sua famiglia ad Auschwitz, poco prima della liberazione del campo viene evacuata: forse è fucilata insieme a centocinquanta donne e bambini a Guben l’11 febbraio 1945, forse muore durante la marcia verso Bergen-Belsen. Ha poco più di diciotto anni.

Il ricordo di Regina ci aiuta a comprendere come la politica dei regimi totalitari, basata sul terrore e sul conformismo di massa, possa insinuarsi nel tessuto della vita quotidiana, distruggere col sospetto la trama della fiducia tra le persone, rendere l’uomo comune corresponsabile di disegni omicidi.

Brilla, però, una piccola luce in questa storia: alla corruzione morale dei regimi totalitari è stato comunque possibile resistere – sia pure per poco, i Gani trovarono chi li nascose e offrì loro una protezione, ancorché fragile nella bufera della guerra. “Mi ricordo Regina, era una bella donna, una bella ragazza. Tutti belli erano, ma buoni, buoni, buoni… Mi ricordo tutto bene, una tavolata, anche loro mangiavano con noi”, racconta oggi l’ultima testimone della famiglia Casati che aveva accolto i Gani nel 1943: per Fernanda, Regina ha il volto di una persona che aveva avuto fiducia in lei, di cui aveva ricambiato la fiducia – con cui nella tragedia della guerra era stato possibile, sia pure per troppo poco tempo, condividere paure e affetti.

Dal “Manzoni” ad Auschwitz: 1938-1945

Regina nasce il 7 dicembre 1926 da genitori di origine greca, Giuseppe Gani, commerciante di tessuti, nativo di Joannina, e Speranza Zacar (o Zaccar), di Corfù, che si erano sposati a Milano nel 1925.

Ha una sorella, Ester, nata nel 1928, ed un fratello, Alberto, del 1934.

Dopo aver frequentato le scuole elementari alla “Ruffini”, sostiene l’esame di ammissione alla I ginnasio presso il Liceo “Manzoni” nel giugno 1937, ed è iscritta in I C per l’anno scolastico 1937/1938. Rimandata in italiano e latino, cade agli esami di riparazione (lo scrutinio è del 20 settembre 1938).

Le norme appena entrate in vigore non le consentono di reiscriversi nella scuola pubblica: frequenta per un anno il corso ad indirizzo classico alla Scuola ebraica di via Eupili e passa poi all’Istituto Tecnico Commerciale ebraico di Piazza Cadorna, diretto dal prof. Arturo Finzi.

Nel 1943 i Gani sfollano a Seregno, abitando in un primo momento in locali posti sopra la tranceria di proprietà della famiglia Mazza, e successivamente in un edificio popolare, la Ca’ Bianca, sito di fronte all’ospedale cittadino, ospitati da Luigi Casati, agricoltore. Giuseppe Gani non risiede con i suoi familiari, ma in casa di una figlia sposata del Casati, in via Volta.

Nell’agosto 1944, probabilmente in seguito ad una delazione, Speranza Gani e i figli vengono arrestati da alcuni militi fascisti, che prendono in ostaggio temporaneamente anche tre figlie dei Casati. Giuseppe Gani, avvertito in tempo, riesce a scappare, ma viene catturato durante la notte in località Dosso.

La famiglia è imprigionata dapprima nella caserma di Seregno, poi, probabilmente, a Monza; il 20 agosto i Gani vengono trasferiti nel carcere di San Vittore a Milano, nel quarto raggio, riservato agli ebrei arrestati e controllato direttamente da militari tedeschi.

Il 7 settembre 1944 vengono inviati al campo di raccolta e transito di Bolzano – Gries, da dove il 24 ottobre sono deportati ad Auschwitz, tutti nel medesimo convoglio, il n° 18 RSHA, il primo formato da soli ebrei.

Nel campo di concentramento, la madre ed Alberto non passano la selezione iniziale e vengono inviati alle camere a gas il giorno stesso dell’arrivo, il 28 ottobre; del padre non si sa quando e dove muoia; Regina ed Ester vengono evacuate da Auschwitz, forse per Bergen-Belsen, dove era stata costituita una grossa sezione femminile, o forse per il campo di Guben, dove l’11 febbraio 1945 vennero eliminati circa 150 donne e bambini che non erano in grado di proseguire per Bergen-Belsen; comunque anch’esse spariscono nel nulla dopo quella data.

Le testimonianze: Edoarda Flack e Renato Cavalieri

3 aprile 2003: sono al “Manzoni” due ex studenti “epurati”, la Sig.ra Edoarda Flack , che nel 1937/38 frequentava la I ginnasiale C , compagna di banco e amica di Regina Gani, e suo marito , il Sig. Renato Cavalieri, I ginnasiale A del medesimo anno.

Più che un’intervista , quanto segue è una conversazione cordiale , in cui si alternano liberamente ricordi di scuola, di vita, di guerra e di dopoguerra : testimonianze di esperienze drammatiche , anche se conclusesi felicemente.

In controluce , per piccoli particolari , la figurina di Regina e il suo tranquillo mondo domestico prima della catastrofe.

Signora Flack , Lei è stata compagna di Regina sin dalla prima elementare?

Sig.ra Flack : Sì ; non ricordo se proprio dalla prima , ma comunque eravamo compagne anche alla scuola elementare “Ruffini”. Poi , dopo la prima ginnasiale , siamo venute via insieme dal ”Manzoni”. Era il settembre 1938, e con l’avvento delle leggi razziali emanate dal governo di Mussolini per noi ebrei era proibito frequentare la scuola pubblica. Regina ed io siamo quindi andate alla scuola ebraica di via Eupili – tempestivamente allestita- per frequentare la seconda ginnasio .

Quella di Regina era una famiglia di origine greca?

Sig.ra Flack : Era una famiglia greca con mamma , papà, una sorella di poco più piccola , Ester , e un fratellino , Alberto.

Era una famiglia di commercianti?

Sig.ra Flack : Sì , ma non saprei dire di più. Noi figli sapevamo poco del lavoro dei nostri genitori , figurarsi di quello dei genitori degli amici. Non c’era lo stesso rapporto che c’è ora : i ragazzi erano tenuti all’oscuro di quello che facevano i padri, di quello che pensavano, di politica…Io non sapevo se eravamo ricchi o poveri. E poi erano momenti di incertezza , in cui nemmeno i padri sapevano bene come le cose sarebbero andate a finire…

Però forse non si aspettavano quello che sarebbe accaduto…

Sig.ra Flack : Assolutamente. A parte qualche illuminato come il padre di mio marito , che ha capito tutto immediatamente , a differenza dei miei. Eravamo una famiglia alto borghese, stavamo in corso Magenta. Mio nonno era agente di cambio, era cavaliere, e diceva: “ Ma per carità, qua non succede niente, non siamo in Germania…” Lui aveva fatto molta beneficenza al Comune di Milano…E pensare che mio nonno è stato poi deportato ed è morto ad Auschwitz…Insomma, non ce l’aspettavamo, nemmeno con l’aggravarsi della situazione. Finché poi…

Allude alle leggi del ’38 ?

Sig.ra Flack : Alle leggi del ’38 e agli anni successivi. Con le prime leggi razziali – che , rileggendole adesso, erano già terribili – all’eliminazione fisica non si pensava…

Sig. Cavalieri : Certamente la situazione si conosceva, ma prima del ’38 non ci si aspettava nulla di simile. Credo che qualche avvisaglia ci fosse stata dopo la presa di potere da parte di Hitler , nel 1933 , ma vi era stato anche un periodo in cui il governo fascista era ostile alla Germania per via del problema dell’Austria.

Anche sul problema razziale per un certo periodo la stampa italiana aveva mantenuto un atteggiamento abbastanza favorevole agli ebrei… A Roma era stato costituito addirittura un “Ufficio Palestinese” ( dove per “palestinesi” si intendevano gli ebrei…) , anche per fare da contraltare alla politica inglese in Medio Oriente.

Il cambiamento d’opinione dei gerarchi fascisti avvenne probabilmente tra il 1935 e il

1937 , con la guerra d’Etiopia . A quel punto cominciò a prevalere la corrente razzista ( o antisemita , o antiebraica) che era stata presente alle origini del fascismo, non tanto nel partito fascista quanto in quello nazionalista. Nel 1923 i partiti si erano fusi e la corrente nazionalista era stata emarginata, ma ritornò in auge con la guerra d’Etiopia e con le sanzioni, e poi per via della presenza all’estero di esponenti antifascisti ebrei , come i fratelli Rosselli.

Tra il ’36 e il ’37 , poi, c’erano state altre avvisaglie : alcuni ebrei fascisti, che avevano anche posizioni importanti nel regime , come l’avvocato Ravenna, che era podestà di Ferrara, erano stati dimissionati per ordine di Mussolini… Non c’era una campagna antiebraica ufficiale, ma fece effetto che venisse dimissionato per ordine del Duce proprio questo personaggio, che era amico di Italo Balbo, era stato squadrista ed era uno degli esponenti più in vista del partito in Emilia, altamente considerato anche perché Mussolini veniva da quella regione.

A questo punto si aspettava il peggio anche mio padre, che era mutilato di guerra, pluridecorato, e che quindi godeva di modesti privilegi anche nell’ambito della legislazione antiebraica. Non che le leggi razziali non fossero dure : per certi aspetti erano ancor più gravi di quelle tedesche nei riguardi della identificazione degli ebrei , perché in un primo momento la legislazione tedesca, pur effettuando una dura persecuzione contro gli ebrei dichiarati , soprattutto stranieri, era meno rigorosa per ciò che concerneva le “commistioni razziali”. I figli dei “matrimoni misti” avevano continuato per un pezzo a frequentare le scuole pubbliche, mentre in Italia no , benché ci fosse una forte pressione vaticana perché si potesse arrivare ad un compromesso nel caso che il soggetto si convertisse. Inoltre i figli di matrimonio misto convertiti prima del 1938 (e le autorità ecclesiastiche su richiesta facevano fede della conversione) non ricadevano sotto il provvedimento di espulsione dalle scuole…Restava però il problema della dicitura “di razza ebraica” sul certificato di nascita…

Sig.ra Flack : Noi lo abbiamo sul certificato originale, d’archivio…

Potremmo tornare a Regina ; com’era fisicamente?

Sig.ra Flack : Non ho nemmeno una foto ; ho cercato disperatamente, ma non ne ho nessuna, neanche di gruppo. Me la ricordo molto bene : era castana, piccolina, come ero io allora, un po’ tondetta, con gli occhi chiari , di carattere dolce. Il fratellino , invece , aveva gli occhi scuri. I ragazzi Gani erano belli tutti e tre. La famiglia era molto normale , fra l’altro abbastanza laica , cioè non particolarmente osservante, come del resto la mia famiglia. Ad esempio, non si osservava la kasherut , per cui ci sono cibi che si possono mangiare ed altri che per gli ebrei osservanti sono proibiti . Ma nelle famiglie ebree italiane come le nostre gli osservanti rigorosi erano pochissimi: pur senza rinnegare la nostra identità, eravamo molto ben assimilati nelle abitudini con il resto della società. Mia sorella è diventata molto religiosa dopo le leggi razziali, e lo è stata fino alla sua morte. Insomma, a me piaceva molto andare a far merenda dai Gani in corso Vercelli perché mangiavamo pane e salame, che invece in casa nostra, dove pure mangiavamo di tutto, si evitava. La cosa mi divertiva moltissimo.

Ricorda qualcosa della famiglia di Regina?

Sig.ra Flack : Del padre no . Era come tanti padri dell’epoca : noi ci trovavamo nel pomeriggio per i compiti, e lui non c’era. Ricordo bene la mamma , che ci preparava la merenda, che curava molto l’ultimo bambino, Alberto. Aveva 4 o 5 anni, lo facevamo giocare…

I miei figli mi hanno detto tante volte :”Se non fossimo sicuri che non ci state raccontando delle storie, non riusciremmo a credervi…”. Le leggi del ’38 sono state come una bomba nelle nostre vite , come se succedesse a voi da un giorno all’altro, alle vostre famiglie ben inserite, con belle professioni, belle case…Così erano quelle degli studenti del “Manzoni” , che provenivano da un certo tipo di famiglie, che abitavano in una zona che allora era molto più alto borghese di adesso…Eravamo proprio lontanissimi dall’immaginare tutto quello che ci sarebbe capitato. Molti di noi provenivano da famiglie fasciste o per lo meno simpatizzanti : io sono sicura che anche la mia famiglia all’inizio una certa simpatia per il fascismo l’aveva : la borsa andava bene, i treni erano in orario, tutto era a posto. Poi hanno aperto gli occhi. Mio padre a 18 anni era partito volontario per la guerra del ’15 -’18. Il fatto di essere radiato dall’esercito in seguito alle leggi razziali fu per lui un’umiliazione peggiore di ogni altra. Anche quando eravamo in Svizzera come rifugiati, guai se qualcuno parlava male dell’Italia o dell’esercito italiano ! Era arrabbiato per come l’Italia si era comportata, non la riconosceva come Italia. La sua Italia era un’altra, e lui la difendeva.

Che cosa ricordate delle scuole frequentate dopo il “Manzoni”?

Sig. ra Flack : In un primo tempo abbiamo frequentato il ginnasio di via Eupili nella stessa classe, Regina, mio marito ed io. Penso che in tutto fossimo un centinaio di allievi.

Sig. Cavalieri: Avevamo una selezione di professori straordinari. I nostri docenti di ginnasio erano professori universitari che avevano perso la loro cattedra a causa delle leggi antiebraiche…

Sig.ra Flack : Come professore di canto, noi ragazze avevamo il maestro Veneziani, che era stato direttore del coro della Scala. Poverino, eravamo così stonate!

Via Eupili è stata una scuola magica, anche se severissima.

Poi, io e Regina, che non eravamo molto brave negli studi umanistici, siamo passate a studiare ragioneria alla scuola diretta dal prof. Arturo Finzi, situata in un appartamento di piazzale Cadorna. Di questa scuola, stranamente, nessuno parla. Qui eravamo forse una trentina di allievi. L’abbiamo frequentata fino a quel terribile 1943.…

Dopo il ‘43 , all’epoca della persecuzione “contro le vite” , siete riusciti a riparare in Svizzera?

Sig. Cavalieri : Mio padre ci aveva portato in un paesino dell’alta Val d’ Ossola , dove si arrivava solo per sentieri. Prima ci eravamo andati in vacanza , avevamo una casa in affitto…Quindi ci eravamo abbastanza ambientati, anche se le condizioni di vita sono difficili da immaginare oggi : mi ricordo che il paese era ricoperto di letame, indispensabile per concimare i campi. L’allevamento delle mucche era, ovviamente, l’attività principale…C’era una sola radio, la voce del governo arrivava di rado, e molti non capivano nemmeno che cosa dicesse.

Poteva essere un luogo sicuro, ma dopo l’episodio di Meina ci siamo rifugiati prima in una baita di montagna, e poi in Svizzera. Il viaggio è stato drammatico : avevamo perso la strada… Si incontravano i primi resistenti, soldati che avevano abbandonato l’esercito e si erano ritirati in montagna…Non facevano ancora operazioni offensive, stavano ad aspettare gli eventi.

Sig.ra Flack : In Svizzera la mia famiglia viveva in un campo di rifugiati , e la vita era dura. Io lavoravo nella lavanderia del campo , 12 ore al giorno, con acqua fredda e soda : le unghie non mi ricrescevano più! Ognuno faceva qualcosa : mio padre spaccava la legna, mia madre lavorava nelle cucine. Era giustissimo, ma la vita era ben dura. C’era poco da mangiare. Naturalmente, se si pensa ai campi di concentramento in Germania da noi era un paradiso, ma era dura. I capi – campo, poi, spesso approfittavano della situazione : le organizzazioni ebraiche mandavano dall’America dei pacchi – dono con cioccolata e biscotti per i bambini, e loro ce li vendevano allo spaccio… Comunque, il governo svizzero ci prendeva, ci spidocchiava, ci sistemava bene o male : ha fatto una tale opera umanitaria! Ma era molto dura…

Vivevate in baracche?

Sig. Cavalieri : Non sempre. Erano stati requisiti molti alberghi. L’afflusso dei rifugiati in Svizzera era diventato ad un certo punto pari al 20% della popolazione svizzera, un fenomeno enorme : come se qui in Italia arrivassero in brevissimo tempo milioni di immigrati… Comunque, in Svizzera io ho potuto frequentare la II liceo in un campo di rifugiati dove gli studenti italiani potevano continuare gli studi : al mattino si studiava e al pomeriggio si lavorava…

Che cosa sapevate nei campi per rifugiati di quello che stava accadendo in Germania?

Sig. Cavalieri : Noi sapevamo tutto…

Sig.ra Flack : Noi invece no , o almeno non del tutto…

Sig. Cavalieri: D’altra parte anche in Italia fino al 1938 arrivavano ebrei tedeschi scappati dalla Germania e raccontavano… Certo non c’era ancora lo sterminio organizzato, ma questi ebrei tedeschi dicevano che a quello si sarebbe arrivati…

Quindi se si fosse voluto si sarebbe potuto capire in anticipo?

Sig. Cavalieri : Esatto, ma le comunità ebraiche evitavano che si sapesse, probabilmente sbagliando ; la speranza era che in Italia non succedesse niente perché c’era il Vaticano…

Sig.ra Flack : In Svizzera la vita era durissima, noi ragazzi non avevamo tanto tempo di porci delle domande, dovevamo vivere, lavorare…

Sig. Cavalieri : In Svizzera si sapeva, era arrivato anche qualcuno scappato dai campi di sterminio che aveva raccontato tutto… Insomma, lo sterminio era iniziato nel 1939, con l’invasione della Polonia. Chi si interessava all’argomento, sapeva.

Sig.ra Flack : Quello che non si sapeva, comunque, era l’entità del fenomeno , i dettagli, che sono stati conosciuti dopo. Per fortuna, perché se avessimo saputo quello che stava succedendo, chissà che cosa avremmo fatto.

Quando siete rientrati in Italia?

Sig.ra Flack : Nel maggio – giugno del ’45. E lì abbiamo vissuto un’epoca che gli altri non hanno vissuto. Una felicità che non si può raccontare. Quando ci si incontrava per strada, ritrovarci vivi, che gioia! Era la libertà! Pensate che cosa significava per noi poter andare al Tempio! Ci si poteva fermare fuori, scambiare due parole…C’era tutta la vita davanti, eravamo liberi!

Avevate ritrovato le vostre case?

Sig.ra Flack : Erano quasi tutte occupate e molto impoverite…

Quando avete finito gli studi?

Sig.ra Flack : Mio padre mi aveva fatto studiare sempre, era severissimo. Mi faceva lezione al mattino, prima che io andassi a lavorare in lavanderia…

Dopo il nostro ritorno in Italia, nel settembre 1945 ci fu una sessione speciale di esami per partigiani e reduci…

Sig. Cavalieri : Io ho dato l’esame qui al “Manzoni”

Sig.ra Flack : Io allo “Schiaparelli”. Sono andata malissimo perché potete immaginare che cosa avessi studiato con papà, stanca morta…Ma hanno chiuso tutti e due gli occhi…

Sig. Cavalieri : Io ho dato qui l’esame di maturità, ma altri studenti rimasti in Svizzera lo poterono dare a Berna , presso la legazione italiana .

Comunque ci rendevamo conto che il mondo era cambiato , e dopo il ’45 è stato un continuo galoppare di avvenimenti e di ulteriori cambiamenti, e non sempre in meglio…

Sig.ra Flack : E’ quello che dicono i miei figli , che hanno l’età dei genitori di voi studenti :

” Voi avete vissuto una guerra terribile, ma nel ’45 ci avete dato un mondo pieno di speranze… Noi lasciamo ai nostri figli un mondo devastato , sporcato, inquinato, senza ideali, corrotto…peggiore di quello che voi avete lasciato a noi…”

Le testimonianze: Fernanda Casati

Il giornalista Piero Del Giudice , redattore centrale della rivista “Galatea” , venuto a conoscenza tramite i media della ricerca sull’applicazione delle leggi razziali del 1938 al Manzoni, si è recato a Seregno , dove il 1 maggio 2003 ha raccolto la testimonianza di Fernanda Casati , ultima sopravvissuta della famiglia di agricoltori che ospitò i Gani tra il 1944 e il 1945. Le interviste sono pubblicate sul numero del maggio 2003 di “Galatea”. Ringraziamo il Sig. Del Giudice per averci permesso di utilizzare la parte del suo articolo relativa a Fernanda Casati.

Ho 79 anni. La mia famiglia era di operai agricoli, mio padre era bracciante, lavorava sulla terra degli altri. Abitavamo alla Ca’ Bianca. Era una cascina e c’era la stalla con su le bestie, noi avevamo la stalla con dentro il cavallo, la mucca, le pecore. La mucca faceva latte e lo davamo a tutti per niente. Gli anni della guerra erano anni schifosi, sì, io ho sofferto, ma hanno sofferto tutti, quando si sentiva l’allarme mettevamo sotto il cavallo e il carrettino e via in campagna, proprio dove seminava i frutti mio papà. Bombardavano le case. Il cavallo era sempre pronto. Quando bombardavano scappava tutto il cortile meno un uomo che era zoppo e non riusciva a correre e rimaneva lì sul portone a fare la guardia. Sul calesse ci andava io e tutta la Ca’ Bianca. Ma il cavallo lo portavo io. La mia famiglia allora era composta da papà e mamma e i fratelli. I Casati abitavano nel secondo cortile rispetto alla strada, perché lì c’erano quelli che lavoravano la terra, i braccianti.

Ospitavamo la famiglia Gani. A casa mia c’era la mamma, le due figlie e un figlio. La nostra casa era una casa povera, si mangiava lo stesso. C’era la mamma, il papà, i fratelli, due sorelle, la mamma Gani , i tre bambini Gani, – due sorelle e il maschio. Mangiavamo minestra e verdure. A un certo punto i Gani non hanno più niente e noi sempre a dargli da mangiare. Sempre, sempre. Mi ricordo il papà di Regina. Il papà non abitava con loro, abitava dalla Ambrogina in un’altra via, perché non ci stavamo. La casa era piccola. Mi ricordo Regina, era una bella donna, una bella ragazza. Tutti belli erano, ma buoni, buoni, buoni… Mi ricordo tutto bene, una tavolata, anche loro mangiavano con noi.

Studiavano. Noi si lavorava, chi ci aveva voglia di studiare? Mio padre voleva bene da morire a questa povera gente. Odiava i fascisti. I fascisti noi non li potevamo vedere.

Sono arrivati i fascisti. Poi sono arrivati i tedeschi, loro come li hanno visti si sono messi a gridare e a piangere perché lo sapevano che li portavano via. Cercavamo di nasconderli, sotto i letti, in qualche posto.

Si vede che li curavano. Li curavano sì. Perché a me hanno detto “Ohi della Ca’ Bianca! Lo sai che quelli che hanno gli ebrei vanno a finire male”. Mi hanno minacciato anche me, i fascisti, mentre andavo in campagna a portare da mangiare a mio padre. Mi hanno fermato bruscamente e mi hanno detto “Te fermati, fa’ vedere cosa hai nella borsa”. Avevo dentro un po’ di stufato con la polenta fredda, gliela portavo a mio papà, perché lui non veniva a casa a mezzogiorno. Poi la sera sono venuti i fascisti e ci hanno portati via. Anche a noi. Ci hanno portato nelle sue camere. Noi eravamo in cinque, allora tutti là nelle camere ad aspettare che veniva una risposta del papà Gani, che era riuscito a fuggire.
I fascisti sono rimasti gli stessi. Ce ne è proprio uno qui vicino a me di casa. Anche dopo la guerra una volta che mi ha visto m’ha sputato per terra: “Oh per quelli là, chi sono quelli là, hanno fatto bene a prenderli”.

 

Alla pagina “Archivio della Memoria” sono elencati i principali lavori degli studenti realizzati dal 2003 fino ad oggi.

 

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